Buone pratiche
Ci sono idee e soluzioni adatte a soddisfare i bisogni di tutti.
Ecco alcuni esempi di realtà positive:
Salve Condòmini di tutta Italia, e oltre!

Come quasi tutti sanno, gli uffici dei Giudici di Pace ed i Tribunali sono intasati dalle pratiche di liti condominiali. Quindi la situazione è veramente critica! Ma ci sono anche esempi e realtà positive, dove le persone trovano soluzioni adatte a soddisfare i bisogni di tutti.

In questa parte del nostro sito web vogliamo offrire uno spazio “pubblico”, dove raccogliere e descrivere sinteticamente le vostre esperienze positive nel campo della convivenza condominiale. Per diffonderle, se possibile!

Cioè: se avete la fortuna di vivere (o anche frequentare) un contesto condominiale positivo, o anche se potete riportare qualche esempio di modalità, regole, usanze che risolvano o prevengano problemi, che contribuiscano alla qualità della vita di chi condivide un fabbricato od un complesso immobiliare, siete pregati di raccontarcelo! A noi e a chi leggerà queste pagine.
Cerchiamo di far conoscere le tante “nicchie” di realtà positive, che in tutti i campi esistono ancora, anche nei Condomìni! Cerchiamo di contagiare le persone con riferimenti di vero buon senso, di iniziativa costruttiva, di creatività concreta! Aiutiamoci a migliorare “nel nostro piccolo” ciò che ci circonda!

Per le vostre segnalazioni di esperienze positive, vi chiediamo di tenere in considerazione alcuni aspetti pratici ai fini della pubblicazione su questo sito, e cioè:

  1. Dire subito di quante abitazioni è il Condomìnio, e quante quelle affittate;
  2. Da quanti anni esiste (circa) il Condomìnio e da quanti anni ci abitate, o lo conoscete (per esempio, se ci abita un parente o un amico);
  3. Esporre sinteticamente il problema che è stato risolto, o prevenuto, con la soluzione che volete segnalare;
  4. Esporre sinteticamente la modalità, o procedura, della soluzione “vincente”;
  5. Spiegare sinteticamente perché la soluzione è appunto “vincente” (ad esempio: “prima si spendeva 100, ora spendiamo 50”; oppure “prima in Assemblea ci andavano in tre ed ora ci vengono tutti o quasi”; oppure ancora “prima le persone non si conoscevano neanche ed ora facciamo ogni sei mesi la cena di Condomìnio in giardino”…).

Contattateci, vi aspettiamo! Grazie!

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Il condomìnio Magnolia



C’è un detto che afferma che “ci sono tanti modi per fare le cose male, ma ce ne sono pochissimi per fare le cose bene”. Potremmo quindi dire che ci sono senz’altro moltissimi modi di rendere la vita condominiale sgradevole (se non peggio…) ma molto pochi per renderla gradevole e confortevole.

Quindi, riteniamo importante andare a scoprire “come fanno” le persone che vivono una situazione condominiale positiva. Un caso fra questi è rappresentato dal Condomìnio Magnolia, da noi amministrato ormai da diversi anni, presso il quale abbiamo chiesto in Assemblea ai Condòmini quale fosse la chiave della loro convivenza pacifica e collaborativa da più di 40 anni! (Va premesso che ci sono in tutto 7 appartamenti, di cui uno affittato).
Subito, sembrava che le persone non capissero la nostra domanda… , d’altronde si trattava del loro standard di vita condominiale e non si sentivano dei “fenomeni” nel loro modo di rapportarsi. Poi, fra l’incredulo e l’appassionato, hanno cominciato a descrivere le loro “procedure” per far funzionare il Condomìnio e andare d’accordo fra loro, premettendo peraltro che non ci sono fra loro particolari rapporti di stretta amicizia, per cui la situazione sembra sgombra da aspetti affettivi e da “fedeltà pregiudiziali”.

Dalla ricca descrizione che è seguita (tanto… che abbiamo dovuto interrompere i racconti per concludere l’Assemblea!) possiamo ricordare i seguenti punti fondamentali:

  1. È importante fare le cose in accordo e prevenire occasioni di scontentare qualcuno (il benessere e l’interesse della comunità–condomìnio vengono prima di quelle del singolo);
  2. Se qualcuno non è d’accordo su una qualsiasi decisione o intervento, non si procede, per gli stessi motivi di cui sopra; poi seguirà eventualmente un’opera di comunicazione e persuasione per tornare a rivedere la decisione (tutto ciò si chiama “metodo del consenso”);
  3. Le notizie e le varie esigenze vengono fatte circolare rapidamente, suonando il campanello e parlandosi direttamente (ricordiamoci che una fonte primaria di incomprensioni è semplicemente la mancanza di incontro diretto, basandosi su discorsi riportati di seconda o terza mano);
  4. Ove possibile, gestiscono direttamente i Fornitori, nella scelta e negli interventi, informando poi l’Amministratore per i pagamenti da fare e le pratiche da gestire; (questo a noi fa piacere perché quando i Condòmini sono contenti di un Fornitore … lo siamo anche noi!);
  5. Riservano sempre grande rispetto per gli altri Condòmini, nel modo di rapportarsi e di prendere in considerazione i reciproci bisogni;
  6. Manco a dirlo, riservano sempre grande rispetto anche all’Amministratore, pur senza rinunciare a richiedere quello che è giusto aspettarsi.

Forse, scapperà di obiettare “tutto qua?!?” … Beh, riflettiamo: è vero, si tratta di modalità e regole di buon senso, senza dubbio! ma… vengono sempre utilizzate e rispettate nei contesti che conosciamo?!?
Un piccolo test che potete fare a casa vostra: pensando al Condomìnio dove abitate, dare un punteggio da 1 a 10 ai vari aspetti che abbiamo elencato da 1. a 6. a quanti punti arriverà il totale, sul massimo possibile di 60?
Ovviamente, vi auguriamo il massimo!

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Col brunch di condominio i vicini diventano amici


di Alessia Gallione (da “La Repubblica” del 22/10/2010)

Gli inviti sono stati appesi nelle portinerie dei condomini della zona, il più casalingo degli avvisi, nell' epoca delle email. Ma, in fondo, lo spirito dell'iniziativa è l'opposto; conoscersi e incontrarsi. Di persona. Prendendo spunto da Paesi come la Francia dove si organizzano pranzi collettivi nei cortili dei caseggiati. È per questo che un gruppo di amici che vive in piazza Vesuvio ha deciso di organizzare il «brunch dei vicini di casa».

L' appuntamento è per domenica, all'ora di pranzo, al ristorante della piazza. In realtà, il primo brunch avrebbero voluto organizzarlo direttamente li, nei giardinetti, tra gli alberi e la fontana dove al massimo, i residenti si incrociano di sfuggita. Il ristorante si era offerto dimettere a disposizione i tavoli, il fruttivendolo avrebbe portato l'uva, il panettiere focacce e pizzette. Ma in autunno il rischio meteo era troppo alto. Meglio rimandare il picnic in primavera. E intanto partire per allacciare i primi contatti nel quartiere. «Cominciare a parlarsi», dice Bruna. È lei, che in piazza Vesuvio vive e lavora come pediatra, l'anima dell'iniziativa.
Insieme a un gruppo di amici con i quali, spiega, da qualche tempo ha creato un' associazione. Che, ora, vogliono allargare.

Si sono chiamati «Fil», ovvero “Felicità interna lorda”, richiamandosi a una filosofia di vita che vorrebbe misurare il grado di benessere non sul “PiI”, appunto, ma su altri parametri. Insieme hanno iniziato a ragionare di cohousing, gruppi di acquisto, spesa a chilometro zero. E adesso, per rompere i ritmi «stressanti» e impersonali di una città come Milano, hanno pensato a un brunch per coinvolgere e far conoscere gli abitanti della zona.

Qualche proposta da lanciare nel quartiere ce l'hanno già. Piccole cose, certo, ma l'idea di iniziare a respirare un'aria diversa c'è. Qualcosa di simile a un paese, magari. Declinato in chiave ecologica. «Un commerciante si è dichiarato interessato a mettere un distributore di detersivi liquidi- racconta Bruna - il negozio di frutta e verdura, invece, a fare una convenzione con un'azienda agricola del Milanese». Ma alla fine, aggiunge, l'appuntamento è un pretesto per iniziare ad allacciare i rapporti. Il tam tam nelle portinerie è partito. «E anche le prime telefonate sono arrivate», spiega Bruna. Per il primo brunch dei vicini di casa di piazza Vesuvio.

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Cohousing e condomini solidali


Prefazione del libro “cohousing e condomini solidali” - AAM Terranova Edizioni

Un'altra vita urbana è possibile


di Matthieu Lietaert

Immaginate venti o trenta famiglie, ognuna con il proprio appartamento, ma che insieme condividono alcuni spazi comuni come la cucina, la sala da pranzo, il giardino, un'area giochi per bambini, la lavanderia, una sala per la musica, un laboratorio per il fai-da-te, alcune stanze per gli ospiti...
Immaginate di tornare dal lavoro e, nel percorso dalla fermata dell'autobus a casa, fermarvi a giocare con i bambini del vicinato che sono stati assieme e al sicuro per tutto il pomeriggio. Oppure, se non amate particolarmente i bambini o siete stanchi, immaginate di rilassarvi in famiglia, prima della cena. Né voi, né tanto meno il vostro partner questa sera dovrete cucinare. Il vostro turno è solo fra due settimane. Questa sera potete godervi il tempo libero prima che il pasto comune venga servito. Dopo cena potrete far musica con gli amici, guardare un film o chiacchierare con i vicini sorseggiando una tisana o un bicchiere di vino. Può anche capitare di non avere voglia di incontrare gente e rimanere a casa. Il cohousing va bene anche in questo caso: quando ne sentite il bisogno, ognuno ha il proprio spazio privato, dove rintanarsi. Queste che abbiamo appena descritto non sono fantasie, ma alcune delle possibilità offerte dalla vita in cohousing, termine anglosassone che si potrebbe tradurre con "coabitazione", che sta a indicare una particolare forma di vicinato, in cui alloggi privati e servizi in comune vengono combinati in modo da salvaguardare la privacy di ognuno e allo stesso tempo il bisogno di socialità, offrendo una risposta efficiente ad alcune questioni pratiche del vivere in città come il mangiare, la gestione dei bambini ecc.
Insomma qualcosa di molto di più rispetto al tradizionale condominio, dove ognuno è trincerato all'interno del suo appartamentino e qualcosa di meno di una comunità o di un ecovillaggio, dove a legare tutti i membri è la condivisione profonda di un progetto comune di vita, che in genere manca nel cohousing, dove ogni nucleo familiare ha una propria economia e persegue una propria visione della vita.
Un aspetto molto interessante è che niente è rigidamente prefissato: la dimensione e l'uso degli spazi comuni, l'organizzazione interna, le attività svolte vengono decisi collegialmente e quindi dipendono dalle esigenze e dalle risorse dei componenti del cohousing.
Un'altra importante caratteristica di questo modello abitativo è che si tratta di realtà, quasi sempre, situate in contesti urbani o semi-urbani.
A causa del loro aspetto, a prima vista convenzionale, qualcuno ha definito i cohousing come "ecovillaggi di massa". Ma ciò che può essere considerato "di massa" per chi vive in un ecovillaggio, può essere ritenuto una scelta molto "radicale" per la maggior parte di gente che vive in un condominio convenzionale.
Da questo punto di vista, il cohousing, almeno potenzialmente, rappresenta una valida soluzione contro la crescente atomizzazione e solitudine delle nostre grandi città.
Scopo di questo libro è aprire una porta che finora in Italia è rimasta chiusa e far conoscere la possibilità del cohousing, attraverso le testimonianze di chi vi vive da decenni, sperimentando relazioni amichevoli, solidali e affettive con gli altri cohouser.
Il successo di questa nuova forma di abitare è tutta qui: scegliersi i propri vicini e condividere con loro spazi comuni e una parte del quotidiano, decidendo insieme le modalità e il grado di coinvolgimento.
L’idea è nata in Danimarca, dove nel 1972 nei pressi di Copenhagen è sorto il primo cohousing. In pochi anni, il nuovo modello di abitare si è diffuso in tutto il mondo. Nel 1977 è stato realizzato il primo cohousing in Olanda. In seguito, diverse esperienze analoghe sono sorte in Svezia, dove fin dagli anni '30 esisteva una forte realtà comunitaria, e dove nel 1980 il cohousing è stato riconosciuto e sostenuto dal governo. Negli anni seguenti il fenomeno si è diffuso in numerosi altri paesi europei e poi in Usa, Canada, Australia e Giappone. Oggi si possono stimare in circa un migliaio di cohousing attivi in tutto il mondo e assai numersi sono i progetti in fase di avviamento.
Per la prima volta, interessanti progetti stanno per essere realizzati in grandi città europee come Milano, Parigi e Madrid.

Una società in cambiamento
Come accade per molti fenomeni sociali, il cohousing è nato come risposta innovativa e di base ad alcuni bisogni specifici delle società nord-occidentali, dove l'affermazione del sistema neo-liberale, ha visto insieme alla dissoluzione della rete familiare e parentale tradizionale, la drastica riduzione dei servizi e del welfare.
I1 fatto che il cohousing sia nato in Danimarca e abbia poi raggiunto per primi la Svezia e l'Olanda non è una coincidenza. Fenomeni come la precarietà, la. Flessibilità .del mercato de1 lavoro, la dissoluzione della famiglia tradizionale, la crescita del numero di nuclei familiari con un unico genitore e uno o due figli si sono diffusi nel Nord Europa già a partire dagli anni Settanta. Da qui la necessità di una struttura, come appunto il cohousing, in grado di sostituire, almeno in parte i servizi, l'affettività e la socialità un tempo assicurate dalla famiglia d'origine. La nascita e la diffusione del cohousing in quei paesi deve essere dunque inquadrata in questo contesto.
Adesso che il neo-liberalismo e la flessibilità del mondo del lavoro, nonché lo sfaldamento della famiglia tradizionale hanno raggiunto anche i paesi mediterranei, il cohousing comincia ad essere visto anche nell'Europa meridionale da un numero sempre maggiore di persone come un'alternativa concreta al modello sociale convenzionale.

Dalla famiglia alla comunità
In danese, il significato letterale della parola che indica il cohousing, bofaelleskaber, è "comunità vivente", quasi a sottolineare la ricchezza del vivere insieme. D'altra parte, già nel periodo rinascimentale importanti opere di saggistica come l'Utopia di Thomas More (1516) o La città del sole di Tommaso Campanella (1623), presentavano la vita comunitaria come un'alternativa concreta alla deriva eccessivamente individualistica della civiltà occidentale.
Idee analoghe hanno portato, diversi secoli dopo, alla nascita delle prime comunità utopico-socialiste del XIX secolo. Anche il XX secolo è stato ricco di multiformi e spontanee forme di vita comunitaria: dalle esperienze psichedeliche delle prime comuni hippy degli anni Sessanta, alle realtà più consolidate e mature degli ecovillaggi dei nostri giorni.
I cohousing possono essere considerati un'emanazione delle prime comunità urbane sorte negli Usa e nel Regno Unito tra gli anni Sessanta e Settanta come alternativa radicale alla proprietà privata e alla famiglia tradizionale. Seppur molto distante dal radicalismo delle comuni di quegli anni, il cohousing è comunque storicamente collegato a tale movimento.
Molti dei promotori delle prime esperienze di cohousing avevano vissuto in una "comune" o comunque provenivano dal movimento studentesco degli anni '60. A muoverli era il desiderio di una maggiore socialità e l'idea di cercare una modalità collettiva per rispondere ai bisogni individuali.
Con altre parole, il cohousing si potrebbe definire .un tentativo geniale di reintrodurre relazioni sociali tipiche delle società pre-industriali nella realtà post-industriale odierna, anonima, anonima e impersonale.

Amore-odio per la città
Da sempre, la città viene considerata come uno dei massimi risultati della civiltà occidentale. Numerosi uomini di pensiero hanno magnificato la nascita dei grandi centri urbani come la massima vetta del progresso. Aristotele considerava i centri abitati come il luogo politico per eccellenza; Rousseau il posto dove i cittadini potevano radunarsi e proteggersi dall'autorità dello stato; per Max Weber, la città rappresenta il luogo della cittadinanza e della libertà.
Da sempre, le città sono ritenute la culla del pensiero e della cultura moderna, il luogo ideale per lo scambio di saperi e conoscenza, un'area dove la popolazione si sente protetta e le tradizioni culturali hanno modo di svilupparsi.
Si può dire lo stesso oggi? La risposta è scontata: negli ultimi cinquant'anni, il volto delle città è mutato profondamente assumendo quello di luogo eletto per la produzione e la competizione sociale, e quello di contenitore per l'adattamento dei cittadini al processo di globalizzazione. I centri storici sono sempre più trasformati in vetrine permanenti e le periferie sono diventate sempre più invivibili e disumane.
Come un centauro, la città da un lato ammalia per le innumerevoli occasioni offerte, dall'altro spaventa per le difficoltà crescenti con cui bisogna misurarsi per viverci.
In questo contesto di grande cambiamento, il problema principale è senza dubbio la perdita di coesione sociale e la disgregazione della vita comunitaria. Con l'ingigantirsi dei centri abitati è diventato sempre più difficile preservare le proprie radici e sviluppare sicurezza sociale all'interno della propria comunità.
L’individualismo e lo sfaldamento della coesione sociale fa sentire l’individuo sempre più solo. Paradossalmente, più la popolazione delle città aumenta, tanto più cresce la solitudine dei suoi abitanti!
Uno scenario questo destinato ad aggravarsi sempre di più, se è vero che alla fine del 2007, saranno tre miliardi le persone che vivranno in un centro urbano: per la prima volta nella storia del genere umano, la popolazione delle città supererà quella delle aree rurali.
In aggiunta ai gravi problemi sociali, vi è la speculazione che ha trasformato un bisogno primario, quello dell'abitazione, in bene di consumo succube delle leggi di mercato.
Acquistare un'abitazione decorosa in una grande città è diventato per molti un sogno che va al di là della portata delle proprie tasche. E allo stesso tempo il prezzo degli affitti ha raggiunto livelli di pura speculazione! Di conseguenza, la gente è costretta a spostarsi sempre più lontana dalla città e a viaggiare sempre più ore al giorno per recarsi al lavoro. In questo contesto per certi versi drammatico, il cohousing può fornire delle risposte concrete, un nuovo modello di abitare e vivere la città, un'occasione di riscoprire socialità, cooperazione e solidarietà. Il punto è di non restare a guardare passivamente il triste film della realtà, ma di analizzare la situazione e cercare di sviluppare nuove idee.

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